Andrea Viliani (classe 1973) è il direttore del MADRE – Museo di Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli.
Lo abbiamo incontrato per farci riassumere in tre domande la sua esperienza.

Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – Foto © Amedeo Benestante

 

Daniel Buren, Axer / Désaxer. Lavoro in situ, 2015, Madre, Napoli – #2, 2015
©DB-ADAGP Paris

 

D. Ciao Andrea sei a Napoli dal 2012, delle tante mostre proposte dal MADRE in questi anni quali sono le tre che secondo te rappresentano meglio il tuo lavoro e l’obiettivo del museo?

R. Ma è impossibile scegliere, perché ogni mostra è a sua volta il capitolo della narrazione complessiva del l’istituzione che si dirige: dalle retrospettive dedicate ai grandi artisti alle mostre dedicate agli artisti emergenti…  Di sicuro ci rappresentano: “Per_formare una collezione”, il progetto in più capitoli dedicato alla costituzione e all’azionamento (il doppio significato di “per_formare”) della collezione del museo, interpretata come un insieme mobile, in costante cambiamento, di opere, documenti, progetti che, raccontando le diverse “storie” che compongono la storia dell’arte contemporanea, tracciano anche la mappatura della Campania e di Napoli come storici crocevia di tutte le ricerche contemporanee negli ultimi cinquant’anni. Aggiungo la grande mostra collettiva del 2014 dedicata al “metodo” di Lucio Amelio, una personalità pionieristica e fondativa, per il sistema dell’arte a Napoli e per la genesi stessa di un museo come il MADRE.

Veduta dell’allestimento, nell’ambito di Per_formare una collezione
Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli – Foto © Amedeo Benestante

 

Veduta dell’allestimento, nell’ambito di Per_formare una collezione
Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli – Foto © Amedeo Benestante

D. Che rapporto pensi ci sia tra la bellezza e l’arte contemporanea?

R. Nessuno e tutti: la bellezza è un fattore composto, opera per opera, dall’alleanza, misteriosa nei suoi equilibri, fra emozioni e concetti anche molto contraddittori fra loro. Il mistero, tutt’al più, di questa alleanza è il punto. La bellezza è come la critica: quando le enunci come tali non hai neanche incominciato il discorso su un’opera, sul mistero del fascino, del richiamo, che esercita su di te.

Veduta di allestimento, nell’ambito di Lucio Amelio. Dalla Modern Art Agency alla genesi di Terrae
Motus (1965-1982). Documenti, opere, una storia… Madre · museo d’arte contemporanea
Donnaregina, Napoli (22 novembre 2014 – 6 aprile 2015)
Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – Foto © Amedeo Benestante

 

Veduta di allestimento, nell’ambito di Lucio Amelio. Dalla Modern Art Agency alla genesi di Terrae
Motus (1965-1982). Documenti, opere, una storia… Madre · museo d’arte contemporanea
Donnaregina, Napoli (22 novembre 2014 – 6 aprile 2015) Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – Foto © Amedeo Benestante

D. Quali sono tre musei, oltre il MADRE, che secondo te un appassionato di arte contemporanea dovrebbe vedere almeno una volta nella vita?

R. In effetti sarebbe importante non limitarsi ai musei d’arte contemporanea. Per cui consiglierei di visitare dei musei dove l’arte è stata contemporanea e soprattutto dove è esperita (studiata, discussa, presentata… “messa in opera”) come un’esperienza appunto contemporanea, nel suo farsi e disfarsi. I depositi ed il centro di studi dei “materiali organici” degli scavi di Pompei sono “il museo” (o il prototipo di museo) più contemporaneo che ho mai avuto il privilegio di visitare: tanto contemporaneo (con l’appassionato lavoro quotidiano dei suoi conservatori e ricercatori – fra storici dell’arte e scienziati) che non sembra né archeologico né contemporaneo ma futuribile, appartenere al futuro dei musei: e spero, in effetti, che un giorno sarà visitabile…
Lo stesso effetto lo ebbero su di me la visita delle mostre, negli ultimi anni e per limitarmi ad alcune mostre personali (le mie preferite), di Sturtevant al MMK di Francoforte, Kai Althoff al MoMa di New York, Walid Raad al Louvre di Parigi, Paul Thek al Reina Sofia di Madrid, e Cattelan e Burri al Solomon R. Guggennheim, ancora a New York… o il trittico di retrospettive di Liam Gillick qualche anno fa, o alcuni episodi del ciclo della Turbine Hall della Tate Modern a Londra, o la doppia mostra di Wael Schawky alla Fondazione Merz/Castello di Rivoli di Torino… e, in genere, le mostre di Pierre Huyghe.

Insomma: credo siano “gli artisti”, e quindi i loro progetti, che “fanno” il museo da visitare.
Con il massimo rispetto per il lavoro, e l’eroica fatica, di direttori e curatori, che hanno il compito di mettersene al servizio, rischiando responsabilmente ogni giorno, quali catalizzatori e ambasciatori, verso il pubblico, di questi progetti. Oltre all’altrettanto fondamentale compito di tenerne memoria, creando una rete di relazioni e di approfondimenti (im)pertinenti nel flusso del tempo e lungo le rotte dello spazio: per cui, forse, è il caso di visitare sempre “le collezioni”, e non solo le mostre, nei musei che si visitano: riservano spesso grandi sorprese e sono fonti di un giudizio che ti condurrà, nel caso, a rivisitarli molte altre volte. Da qui si torna alla vostra prima domanda e alla mia prima risposta.

 

Daniel Buren, Axer / Désaxer. Lavoro in situ, 2015, Madre, Napoli – #2, 2015 – ©DB-ADAGP Paris

 

Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee – Foto © Amedeo Benestante

www.madrenapoli.it